"Non ci faremo ingannare dalla retorica di Saddam, tutto il mondo ormai conosce i suoi trucchi". Alle parole di Bush seguono quelle, non meno dure, del segretario alla difesa Rumsfeld: "nessuno stato pone una minaccia più grave ed immediata alla sicurezza del nostro popolo ed alla stabilità mondiale di quella posta dal regime di Saddam Hussein". È il coro della Casa Bianca nel giorno in cui l’America si compatta. Il presidente riceve i leader del congresso per pianificare i lavori su una risoluzione interna che autorizzi il ricorso alle armi contro Baghdad, una risoluzione che, si auspica Bush, dovrebbe essere votata entro ottobre.
E Rumsfeld dal Campidoglio, malgrado la contestazione subita da queste giovani pacifiste, rincara la dose calcando la mano sulla minaccia irachena: "l’Iraq sta sviluppando armi di distruzione di massa - dice al congresso - se aspettiamo rischiamo di venire attaccati sul nostro territorio". Casa Bianca e Pentagono fanno leva sulla coscienza nazionale per raggiungere quella compattezza necessaria ad imprimere una pressione ancor più vigorosa sul consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Bush chiede all’Onu di non cadere nell’ennesima trappola di Saddam e anzi di accelerare la stesura di una risoluzione interventista.
Ma l’accettazione incondizionata di Baghdad alle ispezioni internazionali ha di fatto provocato uno sfaldamento nella coalizione mondiale. Da Mosca è semaforo rosso: "una risoluzione oggi non è più necessaria, se poi lo sarà - dice il ministro degli esteri Ivanov - lo valuteremo con calma". E Hans Blix, capo degli ispettori Onu, ha già in agenda, tra 10 giorni a Vienna, l’incontro con la delegazione irachena. Una missione che per dare risultati concreti dovrà durare dai 6 ai 12 mesi. Troppo per un'America che ha paura di aspettare.
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