Esperimenti di archeo-viticultura
Ovvero come ti ricostruisco il vino che si beveva a Pompei prima dell’eruzione.
Grande battitura d’asta a Pompei il 20 aprile dell anno scorso sotto gli occhi vigili di una nota casa vinicola avellinese e della Sovraintendenza dei beni artistici di Pompei.
Oltre Mille bottiglie di vino risultato di un esperimento andato a buon vino anzi , pardon, a buon fine . Chi il fortunato possessore di queste bottiglie ?
Pompei: Su dei residui di muro dell’Antica Pompei pare che vi sia ancora leggibile la frase “Avete utres sumus” , il che la dice lunga sulla propensione per gli antichi Pompeiani verso il vino che allora si coltivava nella zona .
Da questa frase deve essere venuta l’idea di condurre un esperimento di alta vinificazione o meglio di vinificazione mista ad archeologia.
Perchè non riprodurre su quei vigneti di duemila anni fa, delle viti che dessero un vino datato duemila anni dopo?
L’idea è andata giù , come un buon Greco di Tufo, al Presidente della Sovraintendenza dei beni archeologici di Pompei, il quale ha contattato per l’esperimento una valida casa Vitivinicola avellinese. (che in verità noi apprezziamo molto per la serietà del suo “Radici” un 100% Aglianico.).
Tornando a noi, l esperimento è iniziato tempo fa , ma ha sùbito trovato delle prime difficoltà : quale vino o meglio quale coltura , inserire?
Ovviamente si era pensato al diretto discendente di quel vino millenario che altro non poteva essere che un antico Hellenicus (originale di Hallanicus poi diventato Aglianico) ma la temperatura troppo caliente per il forte e graduato vino avellinese e del Vulture, non si prestava all esperimento.
Allora si e deciso di optare gagliardamente , per due viti che pure in Irpinia trovano alloggio positivo cioè il Piedirosso (detto a Napoli “Pere e palummo”) e il più autoctono irpino “ Sciascinoso”.
Infatti questi due viti hanno resistito bene , anzi benissimo al caldo di Pompei.
Per farla breve , dalla prima vendemmia di questo vino , sono state ricavate dieci quintali di uva conservati in botti per un anno: risultato, sono state circa mille bottiglie vendute all’asta come ”Villa dei Misteri”, in Pompei a prezzo incredibili!
Pare che l’idea era già venuta ai francesi su una rivista d oltralpe secondo la quale (la rivista) era possibile ricostruire le tecniche di vinificazione degli antichi romani basandosi sui numerosi bassorilievi delle antiche case nobiliari; ci dice una collega giornalista che secondo Catone il vecchio ,la tenuta modello doveva estendersi di venticinque ettari.
Poichè i romani non conoscevano l’uso dello zolfo nelle botti che come si sa inibisce la moltiplicazione dei batteri, si ricorreva ad altri metodi come quello di aggiungere la cottura al mosto e aggiungerci pure mele, fieno e giunco.
Comunque complimenti alla sovraintendenza e anche alla azienda Vinicola di Avellino che ha curato il tutto.
L’iniziativa merita un voto che è sicuramente Dieci per qu4llo che riguarda l iniziativa promozionale, merita molto meno per il prezzo pagato per quelle bottiglie : una vera fregatura! Duilio Pacifico
Duilio Pacifico duipaci@alice.it
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