Circa 200 mila tonnellate l’anno tra succhi di frutta, conserve di pomodoro, semilavorati di verdure, pesce, crostacei, etc., provenienti soltanto dallo Xinjiang nordorientale e dalla Mongolia interna. L’Italia è un fortissimo importatore di derrate alimentari cinesi. Importazioni non più a rischio, grazie al laboratorio agroalimentare in corso di realizzazione con la supervisione scientifica del Cnr in virtù di un accordo di collaborazione tra i due Paesi. “Formazione di ricercatori presso i nostri laboratori, valorizzazione delle biorisorse locali e sviluppo di tecniche colturali agrosostenibili, sicurezza e qualità alimentare e ambientale. Sono questi i punti fondamentali dell’accordo”, spiega Francesco Cannata, ricercatore dell’Istituto di biologia agroambientale e forestale (Ibaf) del Cnr di Porano, che vanta un’esperienza di collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese da ben 15 anni nel settore agroalimentare e agroforestale. Lo scambio si è ora trasformato in un progetto cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri dal costo complessivo di 170 mila euro per il 2005, localizzato nella provincia dello Shandong. “Uno dei compiti principali del laboratorio sarà formare presso i nostri Istituti esperti che, tornati nel loro paese, dove hanno grande disponibilità di risorse per la ricerca e lo sviluppo, potranno consolidare i collegamenti con l’Italia”. I primi sei studiosi cinesi arriveranno tra breve: due all’Ibaf, dove si occuperanno di agroforestale e genetica, due all’Istituto di scienze per le produzioni alimentari di Bari per occuparsi di microtossine e due all’Istituto di scienze dell’alimentazione di Avellino, per dedicarsi ad analisi biochimiche e di tossicità .
Qualità e sicurezza alimentare saranno tra i temi di ricerca del laboratorio di maggior valore strategico. “Dopo i recenti casi di influenza dei polli, di Bse e Sars”, commenta Cannata, “è cresciuta l’attenzione degli importatori sull’origine, la qualità e la sicurezza d’uso degli alimenti, soprattutto per quelli provenienti da Paesi extraeuropei che hanno meno vincoli dell’Ue. In Cina sono ancora massicci l’impiego di pesticidi organici, dannosi per il sistema nervoso, e la presenza di micotossine, soprattutto nella frutta secca. Vantaggi arriveranno non solo per i consumatori italiani e europei, grazie a prodotti certificati, ma anche per le nostre imprese di servizi e per i sistemi industriali che si occupano di certificazione di qualità , trasformazione e importazione”.
In questa fase iniziale i ricercatori italiani si occuperanno essenzialmente del settore della frutta secca, in particolare noci, e della frutta fresca (pere, albicocche, pesche, mele), dando attenzione anche allo sviluppo di tecniche colturali ecosostenibili e sistemi irrigui a basso consumo di acqua. E’ indispensabile far acquisire al sistema cinese una “cultura” della qualità e dell’ambiente, considerata anche l’adesione della Rpc al trattato di Kyoto e al Wto: “La Cina sta diventando il più grande esportatore di succhi di frutta grezzi e non è di poca importanza la certezza che le tecniche di produzione e conservazione siano compatibili con i parametri salutistici e qualitativi dei paesi importatori”. L’obiettivo a breve è stabilizzare l’attuale collaborazione in un protocollo di intesa triennale, che mantenga ai ricercatori italiani la leadership nella formazione degli agronomi locali e di specialisti nelle scienze dell’alimentazione per il controllo dei prodotti.
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