Stamattina sono stato al cimitero di Lucera a visitare Umberto De Mita,un uomo che in vita ha guadagnato il mio rispetto nel silenzio e nella riservatezza.
Un lupo della steppa,un solitario...genere che amo particolarmente.
Al cospetto degli amici piangenti ho capito l’ammontare dell’affetto che è stato capace di suscitare nella sua breve parabola terrena.
Interiormente ho pianto con loro.
Di fronte alla lapide,all’immagine del viso amato,ho pensato a mio padre.
Di Lui,la sorte mi ha scippato l’estremo saluto.
L’ho lasciato fiducioso la sera.
Ho appreso della sua morte al telefono l’indomani,mentre mi recavo in ospedale.
Non un bacio.Non una carezza filiale a riscaldare il trapasso.
Ma al cospetto della morte ci si inchina.
E’ troppo grande il mistero che la avvolge.
Fortunatamente rischiarato dalla fede e da esperienze come quelle narrate dai tanti che giurano di aver varcato i “cancelli del paradiso“.
Solitamente raccontano di una luce meravigliosa e di un benessere supremo.
Affermano talvolta di aver intravisto anche dei visi noti prima di sentire un forte dolore e di riaprire gli occhi sulla realtà testè abbandonata e poi riacciuffata.
E’ singolare come il ritorno alla vita sia tanto....doloroso!
Forse la morte non dovrebbe farci così paura.
Io la penso come una sorellastra.
La guardo ancora con sospetto e diffidenza e continuo a temerla.
Sono attaccato alla terra e alle persone amate:l’esperienza di oggi lo conferma.
ROSARIO TISO
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